FOLIGNO (di Cristiano Lupidi) – Fra l’11 e il 14 giugno, a Levico Terme, nel cuore della Valsugana, si è svolto il Torneo Internazionale Pulcino d’Oro, una competizione che coinvolge annualmente gli Under 11 di sessantaquattro squadre professionistiche e dilettantistiche provenienti da ogni parte d’Europa e non solo. È qui che, come recita lo slogan, “i piccoli campioni diventano grandi leggende”, e nell’edizione del 2026, chiusasi ormai da poco più di una settimana, si sono trovati nel novero di questi “piccoli campioni” anche i pulcini classe 2015 del Foligno Calcio.

Ebbene sì, perché i ragazzi di David Ricci e Massimiliano Mancini nel Torneo di selezione Regionale che ha avuto luogo a Castiglione del Lago a fine marzo sono riusciti ad avere la meglio su quindici compagini umbre e della bassa Toscana, guadagnandosi in tal modo l’accesso al Pulcino d’Oro. E di certo i Falchetti non hanno sfigurato in Trentino: nella prima fase, inseriti nel girone G, grazie ai 4 punti ottenuti contro La Rocca Monselice e Unterland Berg si sono piazzati al secondo posto del loro gruppo, alle spalle del Leicester City, il che ha permesso loro di entrare a far parte dei 32 migliori team del torneo; poi, nella seconda fase, il girone KK ha visto i biancoazzurri sfidare il Montebelluna e corazzate del calibro del PSV Eindhoven e del KAA Gent, e contro i belgi addirittura i 2015 folignati hanno agguantato un prestigioso pareggio.

Esperienze del genere sicuramente non capitano tutti i giorni, soprattutto a ragazzini di 10 e 11 anni, per cui ci siamo fatti raccontare quanto accaduto in quel fine settimana di metà giugno da uno dei protagonisti di tale avventura, Mister Stefano Mesca, il quale ha seguito la squadra in qualità di Responsabile Tecnico.

Come descriveresti ciò che gli Under 11 del Foligno, insieme a te e agli altri allenatori, Ricci e Mancini, hanno vissuto fra l’11 e il 14 giugno?
È stato un qualcosa di unico, perché il Pulcino d’Oro non è solo un torneo di lusso, ma è la manifestazione più importante a livello nazionale per questa fascia d’età, e quindi il top che ci possa essere per quei ragazzi che non militano nel mondo dell’agonistica. Basti pensare al fatto che delle sessantaquattro squadre partecipanti sedici erano squadre professionistiche, come per esempio, per l’Italia, la Juventus, l’Inter, la Roma, il Como e il Parma, ma a queste si aggiungevano alcune delle più grandi società del continente, dall’Atletico Madrid al Barcellona, dal Lipsia al Benfica, senza citarne tante altre anche non europee, come i brasiliani del Fluminense. Per cui abbiamo avuto modo di vedere all’opera molti fra i 2015 più forti del panorama mondiale, in più vestiti con quelle maglie che di solito guardiamo in televisione, e tutto ciò è stato un sogno per i nostri pulcini.

Fra le compagini che avete affrontato ci sono Leicester City, KAA Gent e PSV Eindhoven, le cui prime squadre sono o sono state ai massimi livelli del calcio europeo: i primi sono appena retrocessi nella terza serie inglese, ma tutti ci ricordiamo della storica vittoria della Premier League nel 2016, i secondi si sono piazzati in questa stagione al quarto posto nel campionato belga, i terzi sono campioni in carica d’Olanda. Ti chiedo dunque cosa si prova a giocare contro le giovanili di società storiche come quelle appena menzionate, e contro ragazzi che addirittura parlano un’altra lingua, cosa alla quale degli undicenni che nel corso dell’anno giocano partite a livello locale difficilmente sono abituati.
Tutti, compresi noi allenatori, abbiamo sperimentato delle sensazioni che ci porteremo dietro per sempre, specialmente quando ci siamo trovati ad affrontare queste tre gare internazionali. Il torneo era infatti strutturato in modo tale che in ognuno dei sedici gironi ci fosse un team professionistico, e a noi è capitato, come hai detto, il Leicester, contro il quale non ci è riuscita l’impresa. Tuttavia, vincendo un match e pareggiandone uno, siamo arrivati secondi, il che ci ha portato a essere inseriti in un gruppo in cui c’erano, oltre a un’altra seconda, due prime, e queste due prime erano appunto il Gent e il PSV. Perciò non sono mancati gli incontri prestigiosi, i quali ci hanno permesso di misurarci con ragazzi di livello elevato e di migliorarci noi stessi grazie a questo confronto; ogni sfida è stata per noi un’occasione di crescita. Poi non ci siamo privati delle foto con la Juve, con l’Inter, con il Barcellona e così via, e tutto ciò ha contribuito ad arricchire un’esperienza speciale e che siamo felicissimi di aver vissuto.

Speciale lo è stata anche per te?
Senza dubbio, nonostante io sia nel mondo del calcio giovanile da tanto, ma mai come quest’anno ho avuto la possibilità di partecipare in prima persona a un qualcosa di così indimenticabile. Inoltre quello di Levico Terme non è stato l’unico evento di respiro nazionale a cui il Foligno ha preso parte, perché contemporaneamente un gruppo di ragazzi, guidato da Giuseppe Volpi, si è recato a Coverciano, nella casa del calcio italiano, in occasione del Grassroots Festival, una manifestazione diversa da quella della Valsugana, essendo più festa e meno competizione, ma ugualmente emozionante, poiché giocare su quei campi che sono stati solcati da personaggi come Totti, Del Piero e Baggio fa un certo effetto.

Cosa avete detto ai vostri per caricarli e magari anche rassicurarli prima dell’inizio del torneo e poi una volta che questo si è concluso?
Prima delle partite abbiamo consigliato loro di provare a divertirsi, dal momento che non capita spesso di vivere eventi del genere. Chiaramente un po’ di timore da parte dei nostri c’era, anche perché i loro avversari, essendo selezionati, o erano già alti e formati o piccoli ma incredibilmente talentuosi, ciò che era ben visibile fin dal riscaldamento. Difatti nella prima gara, quella contro il Leicester, non c’è stata storia, tant’è che in 5 minuti abbiamo preso tre gol, anche se poi ci siamo ripresi. In seguito invece, quando abbiamo incontrato il Gent, i ragazzi hanno capito che dovevano alzare il ritmo e giocare senza paura, e sono riusciti a strappare ai belgi un pareggio, risultato che ovviamente ci ha dato grande soddisfazione. A torneo finito non c’è stato molto da dire, in tanti hanno dichiarato la loro volontà di tornare qui l’anno prossimo, ma ciò non sarà possibile, essendo il Pulcino d’Oro una manifestazione che va per annate, riservata agli Under 11, e quindi nel 2027 toccherà ai 2016; dunque per i pulcini del 2015 questa è stata un’esperienza unica e irripetibile in tutti i sensi. Spero comunque che i nostri si portino a casa, oltre a degli splendidi ricordi, anche delle riflessioni importanti, come la consapevolezza di aver ancora molti gradini da salire per giungere al top: noi infatti venivamo da un’annata in cui avevamo vinto parecchio, un’annata culminata con il trionfo nelle selezioni regionali che ci ha di fatto accreditato come i migliori in Umbria. Dopo però, in Trentino, vedendo il livello di altre compagini, i ragazzi hanno capito che la strada da fare è lunga, ma ciò li ha stimolati ad allenarsi di più, a continuare anche d’estate e a non smettere di coltivare il loro sogno.

Prima ci hai parlato di Coverciano, il che ci fornisce l’assist per allargare lo sguardo a una questione della quale si è discusso molto negli ultimi mesi, ovvero il fallimento della Nazionale. Con la mancata qualificazione dell’Italia al Mondiale 2026, infatti, molti hanno puntato il dito contro le scuole calcio, accusate di non riuscire più a coltivare talenti a differenza di quanto avviene, per esempio, in Spagna o in Germania: siccome hai avuto l’occasione di osservare i settori giovanili di alcune delle migliori società europee, quale pensi che sia la differenza principale fra noi e l’estero?
Credo che uno dei punti chiave sia relativo all’agonismo, agonismo che, se fatto in maniera sana come ho visto fare da queste squadre, composte da giocatori preparati, vogliosi e determinati, porta risultati. Noi infatti ci portiamo dietro un’idea di perbenismo che rischia di farci sprofondare: non sto dicendo che i ragazzi meno bravi debbano essere messi da parte, poiché lo sport è socialità ed è necessario portare avanti tutti, ma coloro che hanno i mezzi e le qualità per fare qualcosa in più vanno fatti emergere, ciò che è possibile solo attraverso la selezione. Si dice spesso che il bambino vada aspettato, il che è giustissimo, purché questo aspettare tutti, anche coloro che sono più indietro, non freni i più bravi, quelli in grado di sfondare, insomma le eccellenze. Sono inoltre del parere che sia fondamentale distinguere l’agonismo del giocatore da quello del genitore o dell’allenatore: i ragazzi ce lo devono avere, perché essi ci nascono con questo agonismo, e noi non possiamo presentarlo a loro come un qualcosa di negativo; dal canto nostro invece è necessario stare più attenti, e non fare drammi se si perde una partita. È altrettanto importante che i più bravi si confrontino con i più bravi, dal momento che solo nel confronto con chi è superiore al proprio livello si riesce a crescere, a crescere nell’errore affrontando quelle difficoltà che, se superate, portano a un miglioramento e sono il presupposto per il salto di qualità.