FOLIGNO (di Cristiano Lupidi) – Come ogni anno aprile, per Foligno, è il mese della Festa di Scienza e Filosofia, la cui XV edizione ha preso il via nella giornata di ieri. Si tratta di un evento che è ormai divenuto tradizione per la città, la quale grazie allo stesso ha avuto l’onore di ospitare, a partire da quando tutto è iniziato, nel lontano 2011, le conferenze di alcune delle personalità più prestigiose della sfera culturale italiana, nei campi scientifico, filosofico, storico, letterario e, in questo 2026, anche sportivo. Ebbene sì, perché fra i 129 relatori che dal 15 al 19 aprile hanno fatto e faranno i loro interventi nelle varie sedi folignati adibite alla celebrazione della Festa se ne distingue uno di particolare interesse per gli amanti del tennis e dello sport in generale, ovvero Riccardo Piatti.
Coach di tennisti professionisti, è noto ai più per aver seguito e allenato dal 2014 al 2022 Jannik Sinner, che sotto la sua guida è entrato in Top 10, ma ciò costituisce solo il culmine di una carriera strabiliante, per la quale a parlare sono i numeri: dal terzo posto nel ranking con tanto di vittoria nel Masters di Indian Wells con Ivan Ljubičić alla finale a Wimbledon e alla terza posizione ATP con Milos Raonic. Per arrivare poi alla fondazione a Bordighera, nel 2017, della sua accademia, la Piatti Tennis Centre, nella quale si sono allenati, oltre a Sinner ovviamente, Andreas Seppi, Borna Ćorić, Novak Djokovic, Stan Wawrinka e Garbiñe Muguruza, e infine all’inserimento fra i candidati al premio ATP per il miglior allenatore dell’anno, nel 2020.
Insomma, un personaggio da cui non si può che imparare, come hanno fatto coloro che hanno scelto di assistere alla sua conferenza, la quale si è svolta ieri 15 aprile, alle 17:30, presso la Sala Faloci Pulignani di Palazzo Trinci e nella quale il grande ospite di giornata ha attuato, come recita la locandina di presentazione, “una riflessione sul significato del lavoro quotidiano e sul percorso verso l’eccellenza sportiva e umana”.
Incalzato dalle domande del proprio interlocutore, Max Gaggino, coach Piatti ha utilizzato le esperienze maturate a contatto con i campioni allenati come base per approfondire varie tematiche: “Nel mio percorso sono stati fondamentali tre momenti: il primo con Furlan, insieme al quale sono cresciuto, ho appreso come svolgere la mia professione e ho imparato a capire me stesso; il secondo con Ljubičić, al cui fianco ho potuto comprendere qual era la direzione verso la quale dovevo orientarmi; il terzo con Raonic e Sinner, con i quali ho cercato di tramutare in realtà il mio sogno, ovvero quello di formare un possibile numero uno del mondo”.
“Sono contrario al pensiero che i campioni nascano, – continua l’allenatore comasco, – mentre sono dell’idea che il sistema di formazione sia fondamentale per lo sviluppo di eccellenze. Ne è una prova calzante il fatto che la Francia, a differenza di gran parte degli altri Paesi europei, non abbia mai generato un tennista capace di raggiungere la prima posizione nel ranking, e ciò non è determinato dall’assenza di bravi giocatori, bensì dalla mancanza di una scuola capace di valorizzarli e di far loro raggiungere quel determinato livello. Ecco perché diventa importante la figura dell’allenatore, il cui primo compito, come ho imparato negli anni passati con Renzo (Furlan), è entrare in sinergia con il proprio assistito, conoscere l’uomo prima del tennista, ciò per cui è fondamentale, innanzitutto, sapere da che famiglia egli proviene, costituendo questa il suo ambiente di formazione primario, che di conseguenza influenza il suo modo di approcciarsi a insegnamenti di diversa natura, i quali a seconda dei casi individuali saranno più o meno adatti”.
Il discorso si è poi spostato sul ruolo dell’errore, considerato da Piatti un punto di partenza: “È di grande importanza osservare i giocatori, soprattutto se giovani, dopo la sconfitta, momento a partire dal quale, attraverso la disamina della stessa, è possibile intraprendere un percorso nuovo. Per Jannik, per esempio, tutte le esperienze negative fatte prima di entrare in Top 10 sono state formative, perché poi, quando queste difficoltà si sono ripresentate a più alto livello, lui sapeva come gestirle, avendole già affrontate in precedenza. Perciò le esperienze negative mi stimolano”.
Prosegue il coach: “In allenamento vanno spese solo le energie fisiche, mentre quelle mentali si devono tenere per la partita, la quale al contrario non è dispendiosa dal punto di vista fisico. Dunque ritengo che la forza mentale sia l’elemento fondamentale nel tennista di livello: sicuramente, come ogni altra cosa, è allenabile, ma allo stesso tempo esistono ragazzi che nascono con tale predisposizione, ed è a noi che spetta individuarli. Il talento di un giocatore sta infatti, più che nel gesto tecnico, nel suo modo di pensare, che deve essere rivolto esclusivamente al tennis, cosa che permette, in presenza degli altri due aspetti complementari a quello mentale, cioè quello fisico e quello tecnico, di fare il salto di qualità”.
“Per quanto riguarda i nuovi strumenti a disposizione, – conclude il relatore – essi sono ovviamente molto utili, come risulta evidente pensando alla videoanalisi, un mezzo oggi sempre più importante. Tuttavia molto dipende anche dalla capacità umana di mostrare i giusti contenuti, e per giusti si intende quelli che non generano troppa confusione nei giovani, già soggetti a una miriade di stimoli provenienti dall’esterno: al contrario noi dobbiamo togliere questa confusione, dobbiamo rendere l’insegnamento il più semplice possibile e creare delle forti basi, dobbiamo essere delle guide in grado di affiancare i giocatori nelle difficoltà. E naturalmente occorre far loro capire che crediamo nella loro crescita”.
Infine, alla domanda su quale fosse ora il suo sogno, Piatti ha risposto con poche ma significative parole: “Ciò che desidero è continuare a coltivare questa mia grande passione che è il tennis, e magari, – aggiunge – trovare e allenare qualcuno che riesca a battere Sinner e Alcaraz…”.








