FOLIGNO (di Pato) – Nelle scorse settimane l’Atletico Foligno, nonostante la palla fosse ancora quasi in movimento, ha ufficializzato tutto lo staff per la stagione 2026-2027: Luigi Battistone e Ilaria Santoni per la prima squadra; Luisa Vitali e Marco Fucelli per la under 19; Beatrice Castagnoli per la under 17; Stefano Salvucci preparatore dei portieri; Eleonora Negroni preparatrice atletica; Catia Campetella collaboratrice tecnica.

Il motivo di così tanta fretta ce lo spiega proprio Ilaria Santoni, allenatrice in seconda della prima squadra e uno dei cuori pulsanti della compagine biancoblù.
“Ci tenevamo a dare un segnale chiaro: stagione finita sul campo, ma lavoro che non si è fermato. Quando credi nelle persone non hai bisogno di aspettare settembre per confermarle. Abbiamo scelto la continuità perché pensiamo che i progetti si costruiscano nel tempo, con le persone giuste. Lo staff rappresenta i valori dell’Atletico Foligno prima ancora delle competenze tecniche e crediamo di avere trovato le persone che condividono il nostro modo di vivere questo sport; per questo ce le siamo tenute strette”.

A confermare il motto in bella evidenza sui social dell’Atletico “Più che una squadra è un modo di essere.”, un impegno con più oneri che onori…
Chi lavora in una società dilettantistica sa benissimo che è così. Se poi scegli il calcio a 5 femminile, probabilmente hai anche sbagliato i conti: telefonate continue, riunioni, burocrazia a non finire, tesseramenti, trasferte da organizzare, impianti e allenamenti da incastrare. Passi le serate a risolvere problemi che nessuno saprà mai che hai risolto. Poi arriva la domenica e c’è chi pensa di poter giudicare tutto in quaranta minuti, senza sapere cosa succede dal lunedì al sabato. E che ci sono partite giocate prima di scendere in campo. Poi, però, ti basta fermarti cinque minuti durante un allenamento e guardare quelle ragazze ridere, aiutarsi, prendersi in giro. E capisci che il risultato della domenica è solo una piccola parte di quello che si sta vivendo. Le partite finiscono, ma quello che costruisci tra le persone resta.

Della stagione conclusa hai qualche rimpianto, anche in virtù di quanto visto nei play off?
I rimpianti ce li hanno tutti e diffido di chi dice il contrario; però bisogna avere il coraggio di guardare l’intero film e non soltanto gli ultimi dieci minuti: a dicembre eravamo una squadra che cercava certezze, mentre, ad aprile giocavamo i playoff per andare in serie A e una Final Eight di Coppa Italia; senza dimenticare i risultati straordinari del nostro settore giovanile. E allora sarebbe un peccato se una stagione così venisse raccontata solo per quello che non abbiamo conquistato.

E quali sono gli obiettivi dell’Atletico per la prossima stagione?
L’obiettivo dell’Atletico Foligno è molto semplice: continuare a essere una società che non misura il proprio valore il lunedì mattina, senza mettere in mezzo parole come promozione, play off o classifica. Credo che il movimento faccia fatica a crescere perché è troppo facile sentirsi fenomeni dopo una vittoria e falliti dopo una sconfitta. L’Atletico Foligno si appresta a vivere la quattordicesima stagione consecutiva con la stessa denominazione e la stessa matricola: un dettaglio che non è un dettaglio. Noi siamo ancora qui con gli stessi colori, la stessa identità e la stessa idea di sport: prima si costruisce una società e poi una squadra.

Sul mercato che sarà c’è qualcosa che si può dire?
Sì. Ed è consequenziale di quanto detto prima: non siamo una società che prende una giocatrice per fare un bel post sui social, ma cerchiamo persone; anche perché i nomi riempiono un’estate e fanno parlare per una settimana; mentre le persone giuste cambiano una società per anni.
Insomma è una fortuna essere parte dell’Atletico Foligno…
In verità credo poco alla fortuna; credo, invece, alle riunioni che finiscono tardi, alle discussioni (anche quelle in cui non siamo d’accordo), ai dirigenti che fanno cento cose diverse senza comparire mai in nessun post, in nessuna fotografia. Le società non crescono per caso, ma perché c’è tanta gente che lavora quando non la vede nessuno. Ed è questo che, per me, significa essere una famiglia: sentirsi tale anche quando si perde, quando c’è un problema da risolvere e nessuno cerca un colpevole o una via d’uscita”.